Angela Ajraldi e Agnese Cerutti della IIIA premiate nella Biblioteca Intercomunale di Allein-Gignod, in Val d’Aosta

Secondo e terzo posto al XXIV concorso letterario L’écrivain de la Tour - 2019

Data:

giovedì, 26 dicembre 2019

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Per il concorso valdostano, i partecipanti dovevano elaborare un racconto che contenesse la frase  "Chi era lei?" e le ragazze di Dogliani non si sono lasciate intimorire. Così, sotto il solleone estivo, si sono messe a scrivere. E il 1°dicembre, nella biblioteca di Ginod, hanno ricevuto un premio…danaroso!

Ecco i loro bellissimi racconti.

“Chi era lei?” di Angela Ajraldi  (seconda classificata)

Urla. Da quanto erano nitide alle sue orecchie, probabilmente il prigioniero torturato, che da lì a poco avrebbe lasciato il posto a lei, non era molto lontano dalla cella che le era stata assegnata.

Oppure dopo sei mesi di quasi completo silenzio, il minimo rumore le poteva sembrare un putiferio. Non sarebbe stato strano, dopotutto.

In effetti, c’era un unico momento in cui il pesante silenzio poteva essere interrotto. Ed era il momento in cui le Guardie Reali trasportavano nuovi e riluttanti prigionieri, dai polsi legati con resistenti corde, in giro per le celle. Più correttamente, arroganti novellini convinti di poter fuggire dal castello il giorno seguente, senza alcuna difficoltà. Ogni volta le guardie si ritrovavano a ignorare insulti e commenti sprezzanti del ragazzino di turno.

D’altra parte anche lei aveva reagito allo stesso modo.

Era una sopravvissuta. Una ribelle. Una ladra. E ora anche una prigioniera.

Ovvio che reclamava la libertà. Ma… aveva collezionato parecchie sconfitte negli ultimi tempi e, anche se le doleva ammetterlo, aveva tentato molte volte la fuga.

Aveva manomesso la serratura della sua cella, rischiato di spezzare il braccio ad una guardia e, per gran finale, quasi accoltellato il re.

Non si ricordava il numero di frustrate alla quale era stata sottoposta quella volta, probabilmente perché le ferite che riportava, anche le più gravi, sparivano tutte, completamente, a distanza di pochi giorni. Per qualche ragione non si doveva mai preoccupare di sprecare tempo a medicarsi.

Come se non bastassero le grida a tormentarla, le rare volte che riusciva a chiudere occhio, rivedeva i suoi compagni. “Compagni” per modo di dire e per abitudine di chiamarli così. Si svegliava di soprassalto, con l’immagine di loro -insieme ai soldi che avevano ricavato in cambio della sua testa - che la tormentava.

Si dovette riscuotere da quei pensieri. Si preparò a veder entrare qualcuno da un momento all’altro. La sua esecuzione sarebbe stata il giorno dopo, ma sapeva che da lei volevano informazioni, informazioni che non poteva concedere. Anche se i suoi “compagni” le avevano voltato le spalle, lei ancora non se la sentiva di tradirli.

-Beh, pensò, domani, molto probabilmente, non ci sarà più nessuno a cui tagliare pubblicamente la testa…

A Thyun, chi non rivelava cosa gli interlocutori volevano sentire, non se la passava molto bene, soprattutto ladri e assassini dai segreti ardenti. E non c’era magia che reggesse alle torture approvate dal re. Nemmeno la sua rapida quanto misteriosa guarigione avrebbe potuto rivelarsi utile.

Proprio in quel momento, la chiave scivolò dentro la serratura, sbloccando con uno stridio inquietante l’ingranaggio che teneva bloccata la porta. La lama di luce che entrò dallo spiraglio aperto tagliò lo spazio tra lei e l’ingresso, illuminando i suoi spettinati riccioli castani. Era accucciata all’angolo, la schiena contro il muro e le gambe raccolte al petto. Le spesse catene d’acciaio pendevano dai polsi e dalle caviglie.

Alzò appena la testa. Quella flebile luce le pareva accecante.

Una sagoma si stagliò davanti alla porta. Per riconoscere l’incisione nell’armatura della guardia si dovette schermare gli occhi con una mano.

C’era una specie di scudetto all’altezza della spalla, con rappresentato all’interno un serpente intento a avvolgere tra le sue spire malvagie un albero, su uno sfondo di sangue. Era chiaramente lo stemma del suo stato, Lihnar.

Il Miðgarðsormr, la Serpe del Miðgarðr, ci assomigliava particolarmente, per non dire che era identico. In effetti l’immagine che il re aveva voluto lo rappresentasse, era molto accurata. Il serpente che stritola il mondo: quale altra figura è migliore di quella, per simboleggiare l’uomo? Quel sovrano era già di suo un buon esempio di serpe.

-Ragazza, il comandante vuole vederti.- disse la guardia, riportandola alla realtà.

-Beh, insomma, io però no. Conta?

A dire il vero non c’era più bisogno che prendesse tempo. Ormai i suoi occhi si erano bene o male abituati alla luce e i suoi trucchetti avrebbero funzionato ancora. Era più che altro soddisfazione personale.

-Se ha mandato solo te a prendermi è anche più sprovveduto di quello che immaginassi. E non fraintendermi: non ho mai avuto grande stima di lui, senza offesa.- continuò.

-Non oserai disobbedire - ribatté l’altro. Per rendersi più convincente, portò la mano all’elsa della spada.

-Credimi, con quella non ci farai granché.

Con un cenno del capo, lei indicò la lama della spada, appena sfoderata, che rifletteva il sole in alcuni punti, rendendosi luminescente. Non era certo la prima volta che la minacciavano puntandole contro un’arma. E di sicuro non sarebbe stata l’ultima.

-Sentimi bene, ragazzina. Probabilmente non sai neanche indicarmi la guardia di questa spada, perciò se non vuoi morire, ora tu esegui immediatamente gli ordini.

-Stiamo calmi: se mi uccidi, il tuo comandante cosa ti farà? Pensaci bene: quanti prigionieri ti ha dato ordine di torturare fino all’ultimo respiro? Io direi parecchi. Cosa gli impedirebbe di farlo con te? Nulla. Guardia più guardia meno, nel suo immenso castello non se ne accorge neanche. Proprio come il re con il suo popolo.

 -Stai cercando di corrompermi, ribelle?

Lei alzò le spalle.

- Questo dipende da te. Viene corrotto chi vuole esserlo.

Un attimo dopo, il suo sguardo fu attirato da un coltellino, trattenuto dalla cintura della guardia. Un barlume si accese negli occhi della ragazza. Si alzò in piedi fulmineamente, per quanto le catene le permettevano, scattò a lato della guardia e il suo ginocchio colpì l’uomo in pieno stomaco. La guardia si accasciò a terra subito dopo, lasciandosi dietro solo un - Come…?- strozzato e confuso prima di cadere.

Partiamo dal fatto che tu ti sei avvicinato troppo e le mie catene sono troppo lunghe perché mi possano vincolare da qualche parte.

Si avvicinò all’uomo privo di sensi e sfilò il coltellino dal fodero.

- Prendo questo in prestito. Insomma, non che dopo te lo venga a riportare… era solo per dirlo in modo gentile.

Non riuscì a trattenere un sorriso. Di gentile in quella situazione non c’era proprio nulla, né da parte dei ribelli, né dalla parte del re.

Detto questo, con le sue ‘doti’ da borseggiatrice, in pochi gesti trovò il pesante mazzo di chiavi che stava cercando. Così, dopo essersi tolta le catene, si massaggiò i polsi dolenti. I segni sarebbero rimasti per un bel po’.

Già, un bel po’. Ora che ci rifletteva su, non aveva affatto pensato a cosa avrebbe fatto in seguito alla sua evasione. Aveva tentato innumerevoli volte, e ora che ci era finalmente riuscita si era svolto tutto troppo rapidamente. E per dirla tutta, facilmente. 

Proprio in quell’attimo di distrazione una freccia sibilò nell’aria.

Non sentendola arrivare, la ragazza non reagì. La punta si andò a conficcare profondamente nella sua spalla destra. In quel momento si rese conto dell’eccessiva sicurezza di sé, dalla quale si era lasciata trasportare.

Le guardie la raggiunsero. Ma non appena una di loro tentò di avvicinarsi, la ragazza si sentì bruciare le ossa. L’istinto le disse di lasciare, che quella sensazione si impossessasse di lei. Quando riaprì gli occhi, una fiamma dorata dai riflessi azzurri stava divorando l’individuo che aveva cercato di rimetterla in catene. Metà della freccia insanguinata giaceva a terra, la spalla intatta.

Dischiuse le mani, che non si era accorta di aver stretto in pugni, talmente violentemente da conficcarsi le unghie nei palmi. Per quanto potesse essere spietata non aveva mai desiderato la morte di qualcuno, a parte quella del re, s’intende. La fiamma si abbassò di colpo, lasciando le guardie impaurite alla fuga.

- Ma… che diamine…? - mormorò sconvolta. La fiamma… l’aveva ascoltata?! Ma soprattutto: l’aveva protetta?! Vacillò ancora per un attimo, poi si riprese. Inutile perdersi in domande alle quali più pensava meno trovava le risposte. Perciò, ancora molto confusa ed incerta, iniziò a correre in direzione opposta a dove si era scontrata con le guardie.

Non si muoveva là, fuori da quella cella, da quella che le sembrava una vita. Non poteva aspettarsi di recuperare la sua agilità in pochi istanti. Incespicò parecchie volte, ma continuò a rifiutarsi di fermarsi e guardare indietro.

Dopo qualche ora, grazie alle informazioni che delle guardie le avevano spontaneamente offerto, perché potesse trovare la strada in quel dedalo di celle, raggiunse il portone, situato alla fine del lungo corridoio. Le urla sempre più disperate dei prigionieri pregavano perché lei li liberasse. Erano difficili da ignorare.

Il portone era pattugliato da un paio di guardie sonnecchianti. “Pattugliato” in effetti non era proprio l’esatto termine da adoperare… una botta ben assestata sul cranio, con l’impugnatura del coltello rubato, e si sarebbero accasciati al suolo senza emettere un suono. Scivolò tra le ombre, più silenziosa della notte, e mise al tappeto le due guardie. Posò la mano sulla trave di legno che teneva ferma la porta, pronta per sollevarla e poi scappare da lì. Ma si bloccò. Poteva essere così semplice…

- Lune, la tua testardaggine ti farà morire, dannazione! - imprecò contro se stessa.

Si voltò e corse verso le altre celle.

Armeggiando con le chiavi prese “in prestito”, iniziò a passare da una prigione all’altra, liberando coloro che le avevano tenuto compagnia durante il suo soggiorno prolungato.

Le sentinelle di turno si stavano allertando. Non che ci fosse da stupirsi, dato il baccano che stavano creando i prigionieri in fuga. Le sentiva, pronte a dare l’allarme e a sguinzagliarle dietro sicari, scelti personalmente dal re. Certo, è l’unica cosa che fa personalmente, per assicurare morte certa ai suoi ‘sudditi’, a coloro che, lecitamente, vogliono che sul trono sieda qualcuno migliore di lui. Comunque stessero le cose, il suo tempo continuava ad essere agli sgoccioli.

- Ma certo, gocce! È questa la soluzione! - esclamò Lune.

Ripensò a quella pericolosa sensazione ardente che aveva provato poco prima. La fece riemergere. Pochi secondi dopo sul palmo della sua mano, appena sollevata, volteggiava una fiamma dorata.

Continuò a concentrarsi. La fiamma sul suo palmo iniziò ad alzarsi, dividendosi in molte altre che si abbatterono sulle serrature dei cancelli di ferro. Queste ultime si sciolsero in un istante, trasformandosi in liquido incandescente e sgocciolante. I prigionieri rimasti si fiondarono fuori dal portone, lasciandosi indietro solamente qualche grido spaventato, come: - E’ una stregaaaaaaa !- o qualcosa del genere. Lei non ci fece caso. Magari in un futuro non molto lontano l’avrebbero aiutata, contro il re che li aveva imprigionati.

Lune richiuse le dita sulla fiamma, che si era fatta bassa e tremolante, facendola sparire come se non fosse mai esistita. La sua mano era perfettamente a posto, intatta. La fiamma le era parsa addirittura… gelida.

Guardò in direzione dell’uscita.

-Mi dispiace, ho ancora conti in sospeso.- Rise piano, vagamente triste. - Sembra che io non me ne voglia andare di qui, eh?

Aveva appena sedici anni. Aveva passato metà della sua vita in prigione, per un motivo o per l’altro. La maggior parte delle volte era perché cercava botte, le altre, beh… la trovavano in ogni caso.

Il motivo ora era però molto più serio. Il Diadema. Doveva rubarlo. Ad ogni costo. Sarebbe stato l’asso nella manica che le avrebbe permesso di spodestare il re.

Era sicura che non si trattasse solo di voci che giravano: era il re a possederlo (per il momento). Da qualche parte lo doveva pur aver nascosto! Sempre che non se lo portasse addosso, il che, sinceramente, sarebbe stato abbastanza un problema…

Era impossibile capire da dove cominciare: il castello era immenso… anche se la cosa che le premeva, dato che stava indugiando oltremodo laggiù, era soprattutto che anche le celle erano piuttosto spaziose, soprattutto ora che aveva dato la libertà ai prigionieri.

Strinse la mano sul pugnale. Tenere salda la presa su un’arma le dava un’impressione di conforto, come se in quel modo anche i suoi pensieri si rinsaldassero.

Iniziò a camminare lungo l’intricato labirinto di scale che componeva il castello, cercando di memorizzare il percorso.

Si era preparata mentalmente per sostenere degli scontri, ma i corridoi erano sgombri. Vuoti. Non c’era anima viva. Erano passate un paio d’ore ed ancora non aveva trovato nulla, se non corridoi. Peccato. Aveva bisogno di informazioni. Che ironia: loro l’avevano imprigionata perché volevano le medesime, e ora lei che si aggirava nel loro covo, libera.  Era divertente vedere come la situazione potesse facilmente capovolgersi.

Parlando di capovolgimenti: un attimo dopo si ritrovò con una lama premuta contro la gola. Mentre una mano le copriva la bocca, per impedirle di urlare. Lei morse la mano dell’aggressore, il quale per la sorpresa lasciò la presa sul coltellino, che cadde a terra tintinnando. Con una capriola, Lune si allontanò dall’individuo, prese il coltello dell’avversario e sfoderò il suo.

L’individuo incappucciato alzò le mani in segno di resa. Le guardie sicuramente non andavano in giro in quel modo: chi diamine era? Abbassò le lame, guardinga.

L’altro si sfilò il cappuccio. La ragazza sentì un tuffo nel cuore, ritrovandosi davanti ad un volto tanto noto.

-Althasir?! - sussurrò, sconvolta.

-I Ribelli sono qui.- sorrise l’altro.

Tuttavia lo stupore negli occhi della ragazza lasciò subito il posto alla frustrazione.

- I Ribelli. Certo, i ‘Ribelli’ che mi hanno abbandonata al re, ricompaiono casualmente appena mi libero…-  Come poteva osare definirsi ribelle dopo essersi praticamente gettato ai piedi del re che annegava nell’oro, mentre la sua gente moriva? Ribelle… sì, proprio una bella battuta. Gli avrebbe riso in faccia, non avesse avuto il fuoco - evocato dalla rabbia nelle ossa - che già fremeva per fuoriuscire.

Althasir sosteneva il suo sguardo, furibondo. - Pensi veramente che siamo stati noi? Mi deludi. Vedo che la vicinanza col nemico ti ha annebbiato la mente.

La ladra si sentì pungere gli occhi, ma ricacciò indietro le lacrime.

L’uomo si accorse di aver esagerato e il suo sguardo si ammorbidì: Lune era sempre stata fedele ai Ribelli, più di chiunque altro, e aveva il diritto di sentirsi confusa. 

- Ricordi l’innocente novellino che si era unito alla Causa poco prima che tu fossi catturata?

La Causa… la speranza di un futuro migliore ed un sovrano degno… il motivo per cui lei si era unita ai Ribelli della Månen e da cui aveva preso il nome, dato che la memoria di quello originale era morta insieme ai suoi i genitori. I genitori che una bambina di cinque anni aveva dovuto guardare morire, insieme alla folla, mentre il re si divertiva ad osservarla in preda al dolore.

Sebbene riluttante a dargli la soddisfazione e la conferma che lo stesse ascoltando, annuì. Si ricordava molto bene del giovane dalla cicatrice sotto l’occhio, della quale si era sempre rifiutata di fidarsi. Althasir l’aveva rimproverata parecchie volte per quella ragione.

- Ebbene, a quanto pare era anche ottimo a recitare… per quanto possa sembrare strano era al soldo del re.- proseguì Althasir, facendo finta di non notare le accuse malcelate dietro gli occhi marroni della giovane, ma abile ladra.

Infine la ragazza sospirò, esasperata e combattuta. Althasir l’aveva cresciuta. Le aveva insegnato tutto ciò che ora conosceva. A difendersi, ad attaccare, a procurarsi gli oggetti. Era stato il suo maestro e suo padre. Ormai sapeva riconoscere quando mentiva. Ciò che aveva detto era completamente reale. Ma non per questo facile da accettare.

- Althasir, il capitano dei terribili Ribelli della Månen, l’assemblea dei più temuti e abili ladri e assassini di tutto il mondo, che va personalmente a salvare uno dei suoi. Se lo venisse a scoprire il Consiglio, ti caccerebbe.- disse infine.

- Questo è il motivo per cui tu non ne farai parola.- ribatté sorridendo. Anche lei sorrise.

- Non esserne così convinto. Comunque, sono d’accordo con loro: avventato da parte di una figura così importante, infiltrarsi nel covo delle serpi, da solo, per di più.

- Detto da te, avventato, suona molto strano. Come fai ad essere sicura che io sia solo? Oh, sono sicura del fatto che i passi che sento avvicinarsi, appartengono alle guardie addestrate apposta per tagliarci la testa.- rispose tranquillamente.

- Mah, a dire il vero credo che lo siano soprattutto per la tua. Mi hai rubato l’onore di avere la testa più costosa di tutta Lihnar.- ribatté lui.

- Non arrabbiarti, di questi giorni il mio onore è stato calpestato più del tuo. Piuttosto, cosa hai fatto, ingannando l’attesa, durante la mia assenza?

- Dunque… credo che prima di ricevere il numero di cella giusto, io abbia dovuto convincere una ventina di guardie a parlare.

Entrambi erano calmi, come se stessero parlando di qualcosa di poco rilievo, come il tempo.

- Alle solite…

- Non preoccuparti, stanno bene. Dopotutto, non sono poi un disperato. E così sono venuto a vedere, ma a quanto pare non hai bisogno del mio aiuto… a parte per il monologo pietoso a cui stavo assistendo…

- Ti assicuro che era più interessante di quello che puoi pensare.

- Posso crederci.- Ritornò improvvisamente serio. Cambiava espressione velocemente e senza preavviso, come la ragazza.

- Hai una missione. Sai quale.

Lei annuì con decisione. Rubare il Diadema. Una Reliquia viva da millenni, simbolo dei quattro elementi, in quel momento in balia della bramosia di potere del re. Indomabile per un umano comune. Se qualcuno fosse riuscito a padroneggiarlo correttamente, grazie all’unione di acqua, fuoco, aria e terra, si sarebbe creato qualcosa di nuovo ed estremamente potente. Nessuno sapeva cosa. E sarebbe stata lei a scoprirlo. O forse, inconsapevolmente, l’aveva già scoperto. Un Diadema vivo. Era questo ciò di cui si trattava: vita allo stato puro. L’unione dei quattro elementi avrebbe portato a qualcosa di derivante. La guarigione istantanea, in effetti. Ma questo lei non l’avrebbe capito per un bel po’. L’ironia della sorte giocava pesantemente con lei.

L’avrebbe lasciata cercare qualcosa di inesistente, se non dentro di lei.

 

Chi era lei? di Agnese Cerutti – terza classificata

La folla urlava feroce.

«Strega! Strega! Al rogo!»

Non era la prima esecuzione al rogo avvenuta in quel paese, ma la gente era comunque esaltata.

Una donna, gli occhi rivolti alla pira che di lì a poco l’avrebbe calorosamente accolta, stava attraversando la piazza tra due ali di persone che si spostarono al suo passaggio. Le braccia e le mani, legate dietro alla schiena, così come le gambe e i piedi nudi, recavano le ferite provocate dalla tortura. Nemmeno il viso era stato risparmiato: una cicatrice profonda e mal rimarginata le attraversava la guancia sinistra. Tuttavia, la donna rimaneva di una bellezza stupefacente; i ricci capelli neri ricadevano sulle spalle, forse un po’ spettinati, e incorniciavano profondi occhi verdi cerchiati di nero che minacciavano la folla urlante.

Né le torture, né gli insulti, sembravano avere scalfito la donna nell’animo. Camminava a passo deciso, lo sguardo fisso sulla catasta di legna al centro della piazza. Le guardie le venivano dietro, le lance puntate alla sua schiena, ma la “strega” non sembrava avere intenzione di fuggire. Sembrava piuttosto decisa a fare finire tutto in fretta: chiunque pensava che non avesse alcun timore della morte; in fondo, all’Inferno c’era Satana, e le streghe lo adoravano.

Quando il terzetto giunse davanti al luogo dell’esecuzione, la folla cessò di urlare. Un silenzio di tomba calò su tutti e tutto. Persino le fronde degli alberi arrestarono il loro dolce dondolio, e i pettirossi smisero di cinguettare. Solo il lontano sciabordare delle onde smorzava il silenzio. Le guardie tagliarono le corde che tenevano legate le mani della donna, per permetterle di salire sulla pira. Non appena fu libera, ci si arrampicò agilmente sopra. Il boia la legò saldamente al palo senza incontrare resistenza. La folla trattenne il fiato.

«No! No! Aspettate! Non potete farlo!»

Un ragazzino si fece largo tra la folla spintonando, guadagnandosi così occhiatacce e insulti.

Doveva avere circa quattordici anni. Una generosa manciata di lentiggini gli ricopriva il naso e le guance, e gli occhi scuri vagavano freneticamente sulla folla ammutolita. Non era certo un nobile: i capelli castani erano poco curati e indossava una casacca di lino logora e pantaloni rattoppati.

«Cosa vuoi, ragazzino?», ringhiò una delle due guardie.

«Non è il posto per giocare, questo», confermò la seconda.

«Oh, lo vedo.»

Poi si rivolse alla folla.

«Non vi rendete conto che tutto questo è sbagliato? Quella donna è innocente! Tutte le “streghe” bruciate al rogo erano innocenti!» disse indicando la pira.

Un brusio si levò sulla folla.

«E tu che ne sai, moccioso?»

«Vuoi finire lì con lei?»

«Nessuno ti ha dato il diritto di parlare, cencioso ignorante!»

A un potente urlo della guardia le grida di scherno cessarono.

«Ora basta, ragazzo. Come ti chiami?»

«Jacques, signore.»

«Bene, Jacques. La torcia si sta consumando. Non puoi impedire tutto questo. Vattene.»

Il ragazzino lanciò un’occhiata alla “strega”. Non riusciva a decifrare il suo sguardo. Compassione? Gratitudine? Forse entrambe. Gli sembrò di udire le sue parole nella mente.

Ha ragione. Non puoi impedire tutto questo.

Un brivido gli percorse la schiena.

«Va bene. Me ne vado. Ma tutto questo è sbagliato, e un giorno ne pagheremo le conseguenze.»

Poi corse via.

Il boia appiccò fuoco alla pira. Le fiamme lentamente si propagarono, e raggiunsero la donna. Il fuoco cominciò a divampare intorno al suo corpo. Non un rumore proveniva dal rogo, se non il crepitare delle fiamme. Dopo poco tempo, la puzza si diffuse lentamente per tutta la piazza. L’odore della carne bruciata. Davvero a nessuno importava del modo orribile in cui stava morendo la donna? Proprio come i gladiatori al Colosseo.

La pira bruciava ormai da un paio di minuti, quando un urlo lacerò l’aria. Era un grido straziante, carico di dolore e rabbia, e forse un po’ folle, che prometteva vendetta, e rimbombò nella testa di tutti gli astanti. Fu un momento di puro terrore, ma durò solo pochi attimi. Lentamente il grido si affievolì e venne soffocato dalle fiamme. Anch’esse dopo poco si spensero. Rimaneva solo la legna carbonizzata e il corpo della strega straziato e annerito dal fumo.

La gente prese a bisbigliare concitata.

«Per fortuna, anche questa è andata.»

«Quel grido non era umano…»

«Ovvio, era una strega.»

Mentre gli altri commentavano il fatto accaduto, Jacques se ne stava su uno degli alberi intorno alla piazza, gli occhi spalancati per lo stupore e per la paura.

Il ragazzo corse alla spiaggia. Era l’unico posto che lo faceva sentire bene: il rumore delle onde lo cullava come le braccia di una mamma che non aveva mai avuto, e gli piaceva la sensazione della sabbia tra le dita dei piedi.

Si sedette poco lontano dal bagnasciuga, le gambe strette al petto e il mento appoggiato sulle ginocchia, a osservare il sole al tramonto che si tuffava all’orizzonte, disegnando tremolanti macchie di luce sulle onde.

Chi era lei?

Solo questa domanda occupava i suoi pensieri.

Jacques aveva assistito a diverse esecuzioni al rogo (possiamo dire che ormai ne fosse quasi indifferente), ma l’intensità dello sguardo della strega lo aveva colpito in un modo strano. Quella persona non era normale. La sicurezza di Jacques sull’inesistenza delle streghe iniziava a vacillare.

Il sole lentamente calò sotto la linea dell’orizzonte. Jacques rimase come imbambolato, a pensare e ripensare al fatto accaduto, e senza nemmeno accorgersene scivolò nel sonno.

La mattina seguente, Jacques si risvegliò indolenzito. Dormire in quella posizione scomoda gli aveva procurato un tremendo mal di schiena, e si stiracchiò sbadigliando rumorosamente.

Il sonno non lo aveva tranquillizzato, al contrario era ancora più inquieto. Voleva scoprire qualcosa di più sulla strega, ma non lo avrebbe fatto a stomaco vuoto. Quel giorno c’era il mercato, e ne avrebbe approfittato.

Corse in piazza. Nonostante fosse ancora presto, c’erano già molte persone che girovagavano tra le bancarelle. Senza farsi notare, passando accanto a un cesto di mele, con noncuranza allungo la mano e ne afferrò una, la più rossa che c’era. La nascose nella mano e quando fu abbastanza lontano cominciò a rosicchiarla. Passeggiando il ragazzino ascoltò uno strano discorso. Una donna sulla cinquantina e una fanciulla più giovane stavano parlando concitate.

«Non hai sentito niente questa notte?» disse la più anziana.

«No, a dire il vero, ma non sei la prima che me lo chiede. Che cosa è successo?»

«Sussurri, frasi senza senso…»

«E credi che fosse...»

«Sì, sì, è sicuramente il suo fantasma!»

La fanciulla inarcò le sopracciglia e incrociò le braccia.

«Non mi dirai che ci credi sul serio!»

«Certo che sì! Il ragazzino lo aveva detto, che ne avremmo pagato le conseguenze!»

Jacques provò un pizzico di orgoglio nel sentire parlare di lui. A un tratto, un drappello di persone che si spostavano compatte lo spinse da parte, facendogli cadere di mano la mela mezza mangiucchiata. Riuscì a carpire solo “casa” e “segreto” dalla conversazione, ma questo bastò perché una lampadina si accendesse nella sua mente: se voleva andare fino in fondo a quella storia, doveva cercare qualcosa nella casa della strega. E lo avrebbe fatto.

Siccome era un ragazzo di strada – possiamo dire che la sua casa fosse tutta la città – ne conosceva ogni angolo, spiagge e terreni oltre le mura compresi.  E quindi, sapeva anche dove abitava la strega quando era ancora in vita.

Il luogo dove sorgeva l’abitazione era… diverso. La dimora si trovava infatti al limitare di un boschetto di pini d’Aleppo sulla spiaggia. Evidentemente alla strega piaceva stare immersa nella natura.

In poco tempo Jacques raggiunse la semplice casina, che si trovava non lontano dalla spiaggia dove aveva dormito quella notte. Alcune persone erano radunate lì davanti, appoggiate alla staccionata che ornava il giardino, come se solo guardando l’abitazione riuscissero prima o poi a scoprire il segreto della strega. Un ragazzino di strada, che Jacques conosceva, stava appoggiato al tronco di un albero che si trovava fuori dalla recinzione, che protendeva i rami all’interno della proprietà. Jacques gli si avvicinò. Il compagno stava sogghignando e teneva stretto in mano qualcosa. Il ragazzo non ebbe bisogno di fare aprire la mano all’amico per scoprire di cosa si trattasse. Nei momenti di agitazione, o durante le feste, la gente era distratta, e i ragazzi come loro ne approfittavano.

«Nuovo bottino, eh?», fece Jacques.

«Già. Con queste monete, per oggi pasto assicurato» rispose l’altro fissando i quindici soldi con folle gioia. Poi indicò un uomo ben vestito che parlottava con una donna.

«Quel tipo con la giacca lunga ha in tasca almeno venti lire, ma non sono riuscito a rubargliele tutte perché mi ha beccato.» Ridacchiò di nuovo. «Ma questi me li sono tenuti.»

«Va bene, grazie per il consiglio. A presto.»

Jacques si allontanò; doveva dedicarsi a ciò per cui era venuto lì. La casa non era, come ci si può immaginare, una catapecchia decadente, con i vetri rotti e polverosi. Al contrario, doveva essere stata una casa deliziosa, con un giardino curato e pieno di cespugli fioriti, e con un salice piangente che faceva ombra a una panchina di pietra. Ma ora sembrava tutto sciupato e grigio, come se qualcuno avesse ristampato quella cartolina paradisiaca su una scala di colori scuri. La casa, di per sé, sembrava come prima, solo un po’ più polverosa, ma la vera differenza si notava osservando il praticello arido e il salice dalle lunghe foglie, ora rinsecchite: il giardino era morto dopo l’esecuzione della strega. Questo particolare non faceva che confermare i sospetti della gente sulla natura della donna.

Jacques decise di passare all’azione. Con un salto, superò il cancelletto di legno. Sentì dietro di sé grida come «Ehi! Cosa stai facendo?» e «è quel ragazzino!», ma le ignorò. Percorse a passo deciso il vialetto e si fermò davanti alla porta, esitante. L’uscio era socchiuso e si poteva intravedere l’interno avvolto nella penombra. Poco per volta gli vennero strane idee in mente, ma riuscì a fatica a scacciarle tutte.

La porta cigolò lievemente quando la spinse verso l’interno, ma si aprì senza problemi: il catenaccio penzolava inerte. L’atmosfera lì dentro era buia e polverosa; Jacques avrebbe volentieri girato sui tacchi per tornare indietro e affermare davanti a tutti che non c’era proprio niente di interessante nella casa. Ma se voleva sapere la verità, doveva andare avanti. Davanti alla porta, sulla destra, c’era una scaletta che conduceva a una botola nel soffitto. Al piano terra, invece c’erano una piccola cucina collegata a un salotto con una poltrona e un tavolino. Il tutto era molto curato e disposto ordinatamente. Jacques rovistò sotto la poltrona, in un baule di legno che conteneva solo scartoffie e sdolcinate lettere d’amore ano-nime, e infine sotto un’asse del pavimento che cigolava più delle altre. Ma anche in questo possibile nascondiglio, niente. C’erano due finestre abbastanza grandi, una accanto alla porta d’ingresso e una davanti alla poltrona, ma siccome quel giorno il cielo era coperto da una spessa coltre di nubi che garantivano pioggia non entrava molta luce ed era più difficile cercare. In ogni caso, siccome l’arredamento era piuttosto scarso, non c’erano altri posti dove cercare e Jacques decise di passare all’ispezione del piano di sopra.

Tornò all’ingresso e, giusto per curiosità, sbirciò fuori dalla finestra. La folla era ancora lì, qualche ragazzino si era spinto a metà vialetto, ma niente di più. Fissò sulla scaletta a pioli uno sguardo determinato, come se fosse una montagna da scalare, poi iniziò a salire. In meno di trenta secondi arrivò in cima. Sbirciò prudentemente oltre l’apertura della botola. Non c’era anima viva.

Ovvio, come può esserci qualcuno in una casa disabitata? Che stupido.

Ma questo pensiero non lo confortava del tutto, né tantomeno l’atmosfera della stanza, che era peggio di quella del piano inferiore. Sì issò sul pavimento di quella che si poteva dire una stanza da letto.

Il letto era a due piazze, con un’alta testiera in legno di ciliegio intagliato minuziosamente. Il copriletto era ancora al suo posto, perfettamente stirato. Si trovava accanto alla finestra, dalla quale entrava meno luce che da quella del piano inferiore. In un angolo un tavolo ricoperto di carte: schizzi di disegno raffiguranti animali e piante e fogli scritti fittamente. Accanto al letto un baule di legno scuro, stavolta chiuso a chiave. Jacques si guardò intorno; aveva un bel po’ di lavoro da fare.

Cominciò da sotto il letto, dove trovò solo una gran quantità di polvere. Poi passò all’ispezione di un armadio che prima non aveva notato perché si trovava nell’angolo più buio. Vi trovò alcuni vestiti, alcuni di uno strano viola porpora, altri verde oliva o azzurro carta da zucchero o di un rosso molto scuro. In un angolo, piegato minuziosamente, uno scialle verde chiaro. Jacques, curioso, lo prese e lo spiegò sul letto. Era di una stoffa sottilissima, semitrasparente.

Dopo aver richiuso l’armadio, diede un’occhiata alle carte sparse sul tavolo. Se non fosse che quel genio di Leonardo Da Vinci non era ancora così conosciuto, Jaques avrebbe potuto facilmente paragonare gli schizzi della strega ai suoi disegni anatomici.

Il ragazzo rovistò ancora per un po’ nella stanza (senza grandi risultati) e poi decise di de

dicarsi a ciò che aveva lasciato per ultimo: il baule chiuso a chiave.

Si avvicinò lentamente alla cassa. Ad un tratto tutto gli sembrò immobile e troppo silenzioso. Riusciva a sentire il battito del proprio cuore, il lieve scricchiolio delle assi di legno sotto i suoi piedi, le voci indistinte delle persone ancora accalcate lì fuori dalla casa. Perché tutti i suoi sensi erano così attivi? Dopotutto, era davanti a una semplice cassa di legno.

Provò di nuovo a sollevare il coperchio. Sì, era chiuso. Si guardò intorno, pensando a quale potesse essere un nascondiglio adatto ad una chiave, piuttosto piccola e semplice a giudicare dalla serratura.

Fu allora che accadde.

Una brezza leggera e ghiacciata gli sfiorò il collo. Jacques si girò lentamente, un brivido che gli percorreva la schiena. Alle sue spalle, c’era… che cos’era? Sembrava una nuvoletta di nebbia, ma come diavolo poteva essere possibile? Lentamente la massa gassosa si allungò e prese sembianze umane. Si formarono prima le braccia, poi le gambe, e infine un volto.

Quel volto.

Jacques non riusciva a muoversi, gli occhi sbarrati a osservare ciò che era ora la strega. Ma cos’era ora? Un fantasma?

Nah, non è possibile. Forse avrei dovuto mangiare qualcosa di più di mezza mela…

Non ebbe tempo per altre congetture.

«Cosa cerchi a casa mia?»

La voce era un sussurro rotto dal pianto, infelice, forse un po’ lamentoso, che spezzava il cuore.

Jacques riuscì finalmente a muoversi.

«Ehm… come, scusi?»

Il fantasma rispose con la stessa domanda di prima, nello stesso identico tono.

«Oh beh, io… io stavo… ehm… cercando di capire perché… perché l’avessero uccisa.»

Tanto valeva dire la verità.

Il fantasma sospirò e l’aria divenne più fredda.

«Perché gli uomini non capiscono. Non hanno mai capito. E non capiranno mai.»

«Cosa intende?»

Era strano parlare con qualcosa che credeva frutto della sua immaginazione. Ma man mano che andava avanti la conversazione, si convinse che non era così.

«Ti racconterò tutto. E tu dovrai spiegare tutto a questi fanatici cittadini.» Pronunciò le ultime due parole con una rabbia improvvisa.

Jacques annuì convinto.

Mentre parlava dei lembi di nebbia si staccavano da lei e andavano a formare figure e immagini che si muovevano in scene che rappresentavano ciò che la strega stava raccontando.

Ora in quella specie di schermo di nebbia si avvicendavano immagini di grandi edifici che producevano scure nuvole di fumo, di persone che camminavano frettolosamente ai piedi di palazzi grigi e tutti uguali, lo sguardo fisso su degli aggeggi rettangolari e sottili dalla superfice luminosa. Jacques non sapeva che utilità avessero, ma decise che non era importante.

«È così che finiremo. Questo è il futuro che ci aspetta.»

Jacques non riusciva a capire, le scene rappresentate dalla nebbia gli risultavano aliene, sembrava impossibile che gli uomini sarebbero arrivati a vivere in quel modo.

«E invece sarà proprio così.» fece lei come se gli leggesse nel pensiero.

«Ma… com’è possibile?»

«L’uomo crede di avere il mondo nelle proprie mani, crede che tutto sia suo. Questo lo porterà alla rovina, perché utilizzerà dei nuovi sistemi per muoversi, nuovi oggetti per comunicare a distanza, nuovi materiali per produrre gli oggetti. E poco alla volta l’aria si sporcherà sempre di più e le acque diventeranno inutilizzabili e poi, gradualmente, lentamente, uno alla volta… gli uomini scompariranno.»

L’ultima parola era un sussurro più lieve della nebbia che componeva lo spettro.

Detto questo chiuse il pugno e lo schermo di nebbia si dissolse. Il vapore tornò a comporre il fantasma.

«Ma come fa a sapere tutte queste cose?»

«È Lei a sapere tutte queste cose. Lei, la Natura, l’essenza vitale che ti permette di camminare e respirare, Lei, che nutre gli uomini, i quali, ingrati, la uccideranno, così come i tuoi concittadini non mostrano vergogna nel uccidere barbaramente delle persone innocenti.

Quindi ascoltami bene: questa è la tua nuova missione; devi spiegare tutto alla popolazione,

fare girare la voce, tramandare questo sapere di padre in figlio. Questa è un’ultima, flebile speranza.»

Jacques annuì, non molto convinto.

«Non mi crederanno.»

La strega non rispose. Sembrò ammiccare. Poi, lentamente, iniziò a dissolversi nell’aria. L’ultima parte di lei a sparire furono gli occhi.

Jacques allungò la mano a toccare il punto dove poco prima stava il fantasma, ma accarezzò l’aria.

Poi uscì di corsa e raccontò tutto, ma non venne creduto, anzi, venne ritenuto pazzo.

Ma la donna nella nebbia aveva ragione, purtroppo.

 

 

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