II A e II B: voglia di thriller!

Due "gialli" scritti fra DAD e attività in presenza

Data:

venerdì, 23 aprile 2021

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Dalle seconde della secondaria di primo grado

Nonostante l'alternanza di attività a distanza e in presenza, nulla ha fermato la voglia di scrivere degli alunni delle classi seconde di Dogliani.

Ecco due thriller scritti in maniera cooperativa, iniziati in didattica a distanza e conclusi in presenza.

Come nelle migliori tradizioni narrative, ricordiamo che i personaggi presenti, se reali, sono comunque romanzati per amore della fiction letteraria e ogni allusione a fatti, cose e persone reali è assolutamente casuale!

 

IL RAGANELLO SCOMPARSO (a cura di Bassma S., Camilla D., Paddy P. e Lorenzo B.)

 

Bologna, 12 febbraio 2022

Buongiorno mondo! Ci risiamo di nuovo.

Oggi mi sono svegliato un po’ tardino, alle 9:00: ieri sera non riuscivo proprio ad addormentarmi.

La mia coinquilina, nonché mia sorella Daria, metteva la musica a palla: ero sceso una o due volte per dirle di abbassarla, ma alla fine mi sono arreso.

Stamattina non avevo neanche fame, ma mi sono fatto coraggio e ho mangiato tre fette biscottate con la marmellata di fragole e, per un po’ di energia in più, ho bevuto una tazzina di caffè.

In questi giorni, caro diario, purtroppo niente casi: sì, sono felice che non accada niente di brutto ma… io voglio lavorare!

Oggi pomeriggio c’era l’anniversario di morte dei miei genitori: quando sono mancati è stata un’enorme perdita per me e mia sorella. Sono andato in chiesa, ho versato due lacrime e, anche se triste, sono andato a un colloquio di lavoro.

Caro diario, lo sai che sono un detective privato, però devo trovarmi qualcosina da fare, sennò non vado avanti.

Avevo un colloquio per lavorare in una pizzeria, a servire: lo so, non c’entra nulla con la mia occupazione, avrei potuto trovare di meglio, ma con il mio curriculum…

È andata abbastanza bene; alla fine mi hanno preso: lavorerò il sabato, domenica e venerdì sera dalle 18:30 alle 21:00.

Tornato a casa, però, è squillato il telefono, un numero privato di Bologna. Rispondevo. Non credevo alle mie orecchie: sì, mi stava chiamando proprio Guido Birilla. QUEL Guido Birilla!

Notizie e capovolgimenti di fronte, dopo la telefonata. Ne parleremo domani, caro diario.

Limpario Daltrove

 

                                                                                  Bologna, 13 febbraio, 2022  

Caro diario, non riuscirai neanche ad immaginare cos’è successo: nemmeno Daria, mia sorella, ci credeva!
Prima di tutto scusami: non ti ho scritto stamattina, ma ero troppo emozionato, avendo ricevuto una chiamata dal signor Birilla.

Ora ti parlerò di quello che è successo al povero Re della Pasta Italiana. Gli avevano rubato la ricetta speciale e il design per un nuovo tipo di pastasciutta, il Raganello. Era necessario che raggiungessi subito il mio nuovo cliente e, così, stamattina sono andato a trovarlo.

Quando sono arrivato, mi sono subito innamorato della casa della famiglia Birilla: era così bella che mi ero dimenticato il motivo per cui fossi lì, ma il mio onore ed eccitazione mi hanno svegliato. Il signor Birilla mi ha fatto conoscere suo figlio e sua moglie, mi ha anche mostrato la villa: tutto questo mi ha aiutato con l’indagine.

Quindi mi sono messo al lavoro, iniziando la mia ricerca ovviamente nell'ufficio del signor Birilla. Il file del mitico Raganello era su un banalissimo Word, salvato sul PC proprio dello stesso Birilla: si tratta di un device utilizzato da lui stesso e dai suoi familiari. Ho guardato andando tra tutte le schede aperte ma non ho trovato niente, quindi ho fatto alcune domande a Luca, il figlio. Questo mi ha detto che l’ultima cosa che aveva cercato sul PC del padre era il nuovo film di Tom Cruise, scaricato la sera prima del furto. Poi ho interrogato la signora Birilla, Federica Marchesi, e lei mi ha detto che era lì perché guarda sempre cosa sta facendo il marito, sebbene, a suo dire, lei non metta mai le mani su quel PC. L’ultima persona a cui ho fatto delle domande era Franz Mauser, caro amico del signor Birilla, ma anche il suo tecnico informatico. Mi aveva detto che era venuto lo scorso mese e doveva tornare questa settimana per un controllo di routine, quindi non riuscivo a avere motivi per sospettarlo.

Per oggi va bene così. A domani, caro diario.

LD

 

Bologna, 14 febbraio 2022

Buongiorno! Caro diario, oggi è un nuovo giorno e non vedo l’ora di scoprire il colpevole. Sarà facile? Difficile? Ti dirò tutto stasera, promesso!

Buonasera, caro diario. In verità è notte fonda, ma vabbè. Questa mattina mi sono svegliato molto presto, essendo eccitato per l’indagine che dovevo risolvere. Così, dopo aver fatto colazione, ho deciso di fare un paio di domande a Luca, il figlio del signor Birilla. Il colloquio, però, è stato abbastanza futile. Così ho provato a interrogare la moglie Federica: credevo di riuscire a scoprire qualcosa, ma niente. Quando mi ha accompagnato alla porta, appena ho varcato la soglia, ho notato che la donna portava al collo una catenella, la quale reggeva una chiavetta USB a forma di cuore. Appena le ho chiesto di poterla guardare, mi ha sbattuto la porta in faccia.

Ho deciso di andarmene: si era fatto tardi e dovevo andare a lavorare in pizzeria.

Appena arrivato, ho notato che c’era una prenotazione a nome di un certo Ascanio Pecorelli per due persone. Una volta preparato il tavolo, ho visto arrivare il signore in questione mano nella mano con Federica Marchesi, la moglie del signor Birilla!

Pur servendo altri tavoli, ho iniziato, a distanza, a tenere d’occhio i due piccioncini. Federica passava la chiavetta a forma di cuore a Ascanio. Incuriosito, in un attimo di pausa, ho cercato il profilo Instagram dell’uomo: parrebbe che il suo sogno sia quello di diventare un influencer, ma ha pochissimi follower. In una foto, lui appariva proprio con la signora Birilla e, insieme, sorridenti, tenevano in mano quel ciondolo a forma di cuore: forse non era una vera prova, ma mi sentivo sulla strada giusta.

In un momento di distrazione, mentre i due si scambiavano qualche effusione amorosa, ho raccolto velocemente la chiavetta dal loro tavolo, senza essere notato, mettendomela in tasca.

Finito il lavoro, nonostante la tarda ora, mi sono diretto il più velocemente possibile verso casa Birilla. Ho mostrato la chiavetta al patròn della pastasciutta italiana e, inseritala nel PC, abbiamo trovato un file in Word denominato “top secret”: era il progetto del mitico Raganello.

In un attimo, Guido Birilla ha chiamato la polizia e ha fatto arrestare la moglie e l’amante.

L’uomo aveva perso una moglie, ma, grazie al nuovo tipo di pasta che avrebbe lanciato di lì a poco sul mercato, si sarebbe consolato con una miniera d’oro.

Tutto sommato, caro diario, direi che il mio è stato un colpo di fortuna! Speriamo che il signor Barilla si ricordi di pagare, sennò chi la sente Daria?

LD

 

***

 

M.M.D. (a cura di Vittoria C. e Michele F.)

 

Era una tranquilla mattina di aprile e, anche se la primavera era iniziata da poco, faceva parecchio caldo.

Dopo essersi svegliato e preparato, l’ispettore Calogero Lombardo uscì e andò a fare colazione nel suo bar preferito, il Bignè di Catania. Stava per addentare il suo cannolo al pistacchio, quando ricevette una chiamata. Era il commissario Esposito, il suo superiore, che frettolosamente gli disse: «Lombardo! Vieni subito in centrale! Abbiamo bisogno delle tue competenze!»

Lombardo si precipitò istantaneamente; lì trovò i suoi colleghi seduti con facce assonnate: il commissario aveva chiamato presto anche loro.

Gli venne consegnato un fascicolo e uno dei presenti disse: «Hanno cementato vivo un avvocato. E non un semplice avvocato, ma Serpenelli, capo del nostro Pool Antimafia. Nessuno lo vedeva dalla sera stessa e poche ore fa lo hanno ritrovato sotto il cemento del porto, in un cantiere in costruzione».

L’ispettore Lombardo era rimasto di pietra a quelle parole, perché non solo era il suo capo, ma Calogero e Carmine Serpenelli erano cari amici e abitavano perfino vicini.

Gerardo Merluzzi, un altro collega, disse: «Alcuni poliziotti sono già sulla scena del crimine, al porto. Ti aspettano là».

A quelle parole, Calogero uscì frettolosamente dalla stazione di polizia e con la sua fuoriserie si diresse a destinazione.

All’arrivo, vide già una decina di poliziotti che analizzavano la scena: erano gli uomini della sua squadra scelta. Calogero decise di dare una veloce occhiata al suo amico, che era stato coperto da un telo.

Gli venne un colpo al cuore quando vide Serpenelli pallido, con gli occhi privi di vita, e con ancora un po’ di cemento in faccia. Subito dopo andò da Gimmi Rossi, un giovane ispettore che stava contemplando la scena del crimine, e gli chiese: «Avete già guardato le telecamere di sorveglianza?»

Gimmi gli rispose: «No, andiamo a guardarle».

L’ispettore Lombardo disse sottovoce, in modo che l’altro poliziotto non potesse sentirlo: Non ci sono più i poliziotti di una volta: si dimenticano persino di guardare le telecamere!

Non c’era nessuno nella sala di sorveglianza: tutti gli operai erano stati mandati a casa. Calogero impostò le riprese delle telecamere della notte in cui Serpenelli era stato ucciso: tra mezzanotte e le sei di mattina, quando il cantiere del porto era totalmente deserto.

Alle due e quarantaquattro comparve una sagoma in mezzo al buio. I due poliziotti riconobbero Domenico Tarallo, detto Mimì, pregiudicato, inconfondibile dal suo passo zoppicante: aveva una gamba di ferro. Da giovane aveva avuto contatti con la mafia e girava la voce che fosse ancora al suo servizio. Ma alle quattro e sette minuti comparve un’altra persona: era Tommaso Serpenelli, il figlio di Carmine, un ragazzo viziato, abbastanza conosciuto in città per aver avuto vari litigi con il defunto padre.

Che cosa ci facevano un ex-macellaio pensionato e uno studente di giurisprudenza? Calogero decise di indagare di più, di andare più in fondo.

Ormai erano quasi le otto di sera: erano stati molto tempo a indagare nella sala di sorveglianza. Calogero decise di tornare a casa: era stata una dura giornata per lui.

Tornò nel suo appartamento nella periferia di Catania, e, senza nemmeno cenare, si buttò sul divano a guardare la tv. Tutti quegli avvenimenti gli avevano fatto passare la fame. Cominciò a guardare qualche insulso programma che commentava le partite di Serie A: per quella giornata aveva indagato abbastanza.

Quando, il mattino dopo, tornò in stazione, vide una lettera nel suo ufficio, che diceva così:

Signor Lombardo, io e i colleghi poliziotti siamo giunti alla conclusione che lei potrebbe essere il sospetto assassino, perché lei era molto vicino al defunto Serpenelli e quindi noi la sospettiamo, oltre che al signor Tarallo e al giovane Tommaso Serpenelli. Per questo motivo, abbiamo deciso di sospenderla dalle indagini.

Il commissario Esposito.

Lombardo si sentì ribollire di rabbia: in primo luogo per la pessima sintassi del messaggio – Esposito era nato sbirro, non scrittore –, ma soprattutto perché lui e Serpenelli erano sempre stati buoni amici e colleghi e si fidavano l’uno dell’altro. Ad un certo punto, si accorse che la lettera aveva un testo anche sul retro:

Dei poliziotti verranno a casa sua a indagare nel pomeriggio. Dopo avere letto questa lettera, è pregato di tornare nella sua abitazione.

Calogero tornò a casa sua, ancora scosso dal contenuto della lettera. Doveva dimostrare che era innocente e allo stesso tempo indagare sul crimine segretamente. Perché, senza di lui, gli altri poliziotti non avrebbero mai risolto il caso.

Gli venne una brillante idea: poteva indagare di notte, quando tutti i colleghi erano a casa.

La sera, dopo che i poliziotti ebbero indagato in casa sua, senza ovviamente aver trovato nulla di sospetto, Lombardo andò a casa di Serpenelli, e, dato che nessuno sapeva che lui fosse sospeso, a parte i suoi colleghi, entrò spavaldo, mostrando il distintivo: il commissario, nella fretta, non gliel’aveva nemmeno fatto ritirare.

Trovò di fronte a sé un ragazzo alto, magro, di circa trent’anni. Era Tommaso Serpenelli. Calogero lo conosceva fin da quando era un bambino. Lo fissò. In quel momento gli ricordò Carmine: stesso sorriso, stessi occhi.

Entrò e iniziò a ispezionare la casa, senza dire una parola. Dopo un’ora non aveva trovato niente, allora interrogò Tommaso, che era rimasto fermo come un baccalà, mentre l’ispettore faceva il suo lavoro.

  • Tommasì, dove ti trovavi la notte in cui tuo padre è morto?
  • Ero con lui a una cena in famiglia. Dopo mangiato, decise di fare una passeggiata per digerire e è andato al porto. Lo abbiamo visto tutti. Poco dopo, un uomo molto vecchio, di almeno sessant’anni, si dirigeva nella stessa direzione.
  • Tommasì, porta rispetto. Ho quasi sessant’anni anch’io!
  • Ehm… chiedo scusa, ispettore… E comunque… Poi, verso le 4:00, ho fatto anch’io un giro per il porto, ma non ho mica visto papà. Andai a casa e non era nemmeno lì. Ignaro dell’accaduto, andai a dormire. E il giorno dopo l’hanno trovato morto!

Il ragazzo scoppiò a piangere. Calogero era impassibile. Tornò a casa sua, divorato da mille dubbi.

Arrivò il mattino, ma quella notte Lombardo non aveva chiuso occhio. Dopo un tazzone di caffè, andò a trovare il secondo sospettato, Domenico “Mimì” Tarallo. Sapeva dove abitava, visti i suoi precedenti: era una zona talmente malfamata che non avrebbe trovato nessun collega che avrebbe potuto segnalarlo, vista la sua sospensione. E non era certo un posto da visitare di notte.

Quando fu davanti a casa sua, bussò, ma nessuno aprì. Allora provò a forzare l’entrata, ma non era necessario: la porta era stata lasciata aperta. Calogero entrò senza esitare, mano alla pistola. Era tutto sottosopra: seppur sottosopra, ispezionò la casa.

Dopo due ore non aveva trovato nulla e Tarallo non era ancora tornato.

Stava per rassegnarsi e andare via, quando inciampò in una tavola di legno del pavimento. Notò che c’era qualcosa sotto: con tutte le sue forze la staccò. Era una lettera. La lesse e capì tutto.

11:30, Siracusa. Casetta del Bosco delle Troiane. Non farmi aspettare.

M.M.D.

Quelle iniziali erano inequivocabili: Matteo Messina Denaro, il boss che tutta l’Italia e mezza Europa cercava da decenni e alla cui caccia il Pool Antimafia di Serpenelli e lo stesso Calogero Lombardo si dedicavano da ormai tanto tempo.

Con la sua fuoriserie raggiunse il luogo indicato. Trovò la baracca di legno ai confini del bosco. Al suo fianco, c’era il pandino scassato di Tarallo.

Spaccò la porta con un calcio e, puntando la pistola, entrò urlando:

  • Mani in alto! Voglio una spiegazione!

Tarallo si mise in ginocchio e iniziò a piangere. L’uomo che era con lui lo guardò con occhi assassini.

Lombardo non abbassava la mira e puntò la pistola verso Mimì. Questo cedette:

  • Ispetto’, siete qua per Serpenelli! Ah, l’ho ucciso io, sì! E voi sapete chi è lui, vero?, disse indicando quello che era, senza ombra di dubbio, un invecchiato Matteo Messina Denaro.

Dopo una breve colluttazione, Lombardo ammanettò i due criminali e li mise in macchina.

Alla centrale di Catania, i due vennero ufficialmente arrestati.

Calogero era ormai diventato un eroe: aveva dimostrato la colpevolezza di Tarallo e aveva arrestato il più pericoloso latitante degli ultimi decenni. Già, perché era stato proprio Matteo Messina Denaro a ordinare a Mimì di uccidere l’avvocato Serpenelli, perché questo aveva scoperto la sua posizione.

Giustizia era fatta.